Festspiel nella Svizzera Italiana

Aus Theaterlexikon
Wechseln zu: Navigation, Suche

Nonostante il Festspiel sia entrato tardivamente – e per un breve periodo – negli usi culturali della Svizzera di lingua italiana, la manciata di realizzazioni che s’incontrano tra il 1924 e il 1945 nella regione è sintomatica di un’aspirazione a un teatro nazionale, nel periodo della cosiddetta "crisi spirituale". Nel resto della Svizzera il Festspiel (le cui origini teoriche si trovano nella Lettre à Monsieur d’Alembert sur les spectacles di Rousseau, 1758) ha una grande importanza a partire dal tardo Ottocento (Sempacher Festspiel, 1886; Le poème alpestre di Baud-Bovy per l’Esposizione nazionale di Ginevra, 1896; Rätisches Festspiel, 1899). Il Ticino ed il Grigioni italiano si avvicinano tardivamente a questa tradizione, nonostante l’organizzazione, nel 1883, del Tiro federale a Lugano e della Festa federale di ginnastica nel 1894. Ma già nel clima della Prima Guerra Mondiale si ha notizia delle prime "Feste Guglielmo Tell" a Castel San Pietro; la calorosa accoglienza che Lugano tributa, nel 1919, allo spettacolo La gloire qui chante di →Gonzague de Reynold bene mostra il crescente clima di ricerca identitaria elvetista.


Locarno

Nel 1915 ha luogo la prima Festa dell’albero a Bellinzona: su un’onda di rivalorizzazione campagnola e di rinnovato interesse etnologico (dialetto, canzoni, leggende), nasce a Locarno la Festa delle camelie, direttamente ispirata alla Fête des Narcisses di Montreux (esistente dal 1897). La seconda edizione (5-7 aprile 1924) presenta per la prima volta un grande spettacolo popolare Il trionfo della camelia, su testi del glottologo Silvio Sganzini, che utilizzano come canovaccio il libretto scritto da →René Morax per la →Fête des Vignerons, Vevey VD del 1905 (cui si aggiungono canzoni tratte da un libro di Eleanor Fisch-Pelli). Lo spettacolo porta in scena 200 figuranti e numerose formazioni corali e bandistiche della regione, oltre alle locali società di ginnastica. Le musiche vengono composte da Léo Kok (dal 1920 pianista per il →Teatro di Locarno), mentre →Charlotte Bara viene scritturata come ballerina solista per una "danza cinese della camelia"; "decorazioni e costumi" sono affidati ad Alexandre Cingria (residente a Locarno dal 1918 al 1928) e la direzione dei balletti a Luigi Guinand. Il grande successo dell’iniziativa porta Locarno a ripetere l’esperienza negli anni seguenti. Nel 1925, sempre Sganzini scrive Calendimaggio, con musica di Gabriele Petruzzelli (direttore della "Musica cittadina"). L’edizione seguente presenta una Fiaba della camelia (di autore non specificato, probabilmente Sganzini, musiche di Petruzzelli), mentre il 1927 segna una svolta, dacché il libretto di un nuovo spettacolo è ordinato a →Angelo Nessi e le musiche al milanese Yvan Darclée: La leggenda della camelia racconta per la prima volta una storia compiuta, vi si muovono cantanti solisti e si noleggiano per l’occasione i costumi del Teatro alla Scala di Milano, mentre le scene vengono disegnate da Nizzola e Ühlinger e costruite dal capomastro Jules Barbay. Gli esecutori sono oltre cinquecento, ma lo spettacolo – una pallida operetta con cadenze fiabesche – non ottiene il successo sperato. Nel 1928 si riprende lo spettacolo del 1924 e, dopo un anno senza festa, nel 1930 si riprende l’edizione del 1925, mentre le edizioni del 1931-34 proporranno tre nuove produzioni nello spirito del collage di canzoni e danze popolari (curate da Luigi Orsini), ricorrendo nei tre casi a un musicista milanese confermato, Carlo Gatti, che porta con sé, per la realizzazione degli spettacoli, i collaboratori abituali del Teatro alla Scala di Milano: lo scenografo Angelo Rovescalli, il coreografo Vincenzo dell’Agostino e i direttori-concertatori Tino Cremagnani (1932) e Epifanio Saputo (1934); nel 1932 si esibisce inoltre la Prima Ballerina Jole Cenci e per il 1934 viene indicato quale regista Arturo Andreoli. Accanto alla Festa delle Camelie, va ricordata nel Locarnese l’esperienza di Emil Ludwig, che offre alla popolazione locale un proprio omaggio, in forma di spettacolo popolare, nel giardino della sua casa di Moscia, presso Ascona, il 13 ottobre 1934: Una vela sul lago, con musica di Vincenzo Saputo.


Bellinzona e Chiasso

Nel 1929 ha luogo nella capitale ticinese quello che può essere definito a pieno titolo il primo Festspiel ticinese: in occasione del Tiro federale viene allestito Vita nostra (testo di Sganzini, musiche di →Giuseppe Alberico Agnelli), che si ispira al corso del fiume Ticino con una serie di quadri corali che trovano nelle masse di figuranti la loro concreta realizzazione (ma riciclando vari brani dei libretti della Festa delle Camelie). Il secondo Festspiel bellinzonese, nel 1934, ha un profilo patriottico più spiccato: L’Alba di un secolo è firmato da →Enrico Talamona (come "Spettacolo serale dell’Esposizione Cantonale di Agricoltura e Rami Affini"), sempre con musiche di Agnelli: pur integrando la Società orchestrale della Turrita, la Corale femminile Santa Cecilia, la Corale maschile La melodia e la Società di ginnastica, si struttura attorno alle figure dei due innamorati (Isabella e Gianni), cantati da Luisa Visconti e Gennario Barva. Questo "Melodramma popolare" si svolge tra 1789 e il 1803, dall’Elvetica all’Atto di Mediazione napoleonico, e si chiude sulle parole "Viva l’Elvezia! Viva il Ticin!". Un secondo Festspiel, meno ambizioso, viene rappresentato nella primavera dello stesso anno, in occasione del Cinquantesimo di fondazione del locale Männerchor: si tratta di Melodie patrie di Rosario Gargano. Gli Spettacoli Guglielmo Tell che hanno luogo a Chiasso nel 1932 e 1934 si innestano direttamente sulle energie creative del teatro amatoriale: è la locale →Filodrammatica Delectando Beneficat (nata nel 1918 e guidata da Giotto Cambi) a proporre un adattamento popolare del Guglielmo Tell di Schiller, con scenografie dello zurighese Alberto Isler e costumi della ditta Kaiser di Basilea. Arnoldo Bernasconi dirige l’orchestra e Arrigo Blasimelli i cori. Lo spettacolo ha un grande successo popolare e all’edizione del 1934 assisterà il consigliere federale Giuseppe Motta.


Lugano

Gli spettacoli luganesi si agganciano alla tradizione della Festa della Vendemmia e Fiera di Lugano: nel 1933 e 1934 si allestiscono spettacoli canori curati da →Arnaldo Filipello (Vigilia di sagra di Filipello e Alina Borioli; Vendemmia di Eugenio Bettarini e Emilio Gargani). Nel 1935 viene presentato Il cantico del Ticino, poema coreografico immaginato e diretto da Armando Maria Bossi, pittore e architetto, musicato da →Enrico Dassetto; vi partecipa la scuola di danza della luganese Ada Franellich, che sarà presente in tutti i successivi allestimenti fieristici. La creazione della →Radio Svizzera Italiana, nel 1932, trasforma questi primi spettacoli: per l’inaugurazione degli studi del Campo Marzio, il 5 novembre 1938 →Walter Jesinghaus compone un Festspiel (presentato in forma di concerto): Leggende ticinesi; il testo è tratto, da Giuseppe Zoppi e Virgilio Chiesa, dal volume di racconti popolari di quest’ultimo (L’anima del villaggio, Lugano, Gaggini, Bernasconi & Quadri, 1934). Per la Festa della Vendemmia dello stesso anno →Guido Calgari scrive Casanova e l’Albertolli, una vera e propria opera popolare, musicata da →Richard Flury, con cantanti professionisti quali Afro Poli, Michele Barrosa, Dolores Ottani. In una vicenda che cerca di star lontana dai consueti cliché del soleggiato Ticino, Calgari racconta i miti identitari ticinesi (l’emigrazione artistica, gli stampatori liberali settecenteschi, ecc.), incrociando storia e idillio amoroso dei personaggi. Nonostante il successo tiepido dell’operazione, si progetta di ripresentare Casanova e l’Albertolli alla Landesausstellung del 1939; l’idea viene abbandonata in favore di un progetto più ambizioso: Sacra Terra del Ticino, su libretto di Calgari, musicato da Giovan Battista Mantegazzi (a →Otmar Nussio sono affidati gli intermezzi, che non verranno però realizzati, per la mancata collaborazione della Radiorchestra). Questo vasto affresco corale di orgoglio svizzero-italiano viene presentato a Zurigo per la regia di →Ingeborg Ruvina, mentre Amelia Molo-Fraschina e Rachele Giudici creano costumi ispirati alla tradizione ticinese e il pittore Mario Chiattone firma la scenografia. Carlo Tanzi (un radioattore) assume il ruolo del "Genio del Gottardo", al centro di una vasta composizione corale che ha "l’andatura di una rivista di quadri coreografici e musicali, in cui si riassumono (…) la vita laboriosa semplice dignitosa del Ticino, il suo attaccamento alla libertà e alla Patria, il suo concetto religioso dell’esistenza, la fierissima passione per la terra degli avi" (Calgari); i quadri sono: La libertà, I dolori, Il lavoro, Le feste, La Patria. Il successo è testimoniato dalle cifre: lo spettacolo delle Giornate ticinesi incassa 48’120 franchi, lasciando a carico dello stato un deficit dell’ordine di poco più di 17 mila franchi.


La seconda guerra mondiale

La breve parabola del Festspiel nella Svizzera Italiana potrebbe concludersi con questo trionfo: ma, nonostante le avverse condizioni belliche, il Ticino si offre alcune altre manifestazioni di questo genere nel biennio seguente. Lo spettacolo che viene concepito per la Fiera di Lugano del 1940 è Confoederatio Helvetica (musiche di Enrico Dassetto, ripreso a Berna nel 1941) per cui si ritorna alla collaborazione del "primo tenente" A.M. Bossi, che scriverà successivamente anche il canovaccio di Leggende del Ticino, ulteriore ed ultimo "poema coreografico" con testi di Margherita Moretti Maina e musiche di Walter Lang (dato in forma di concerto per la Fiera del 1944). Nel frattempo Bossi ha però firmato lo spettacolo Vita ticinese per la Fiera di Lugano del 1941: sul palco si mettono i cori e i figuranti (diretti, come sempre, dalla Franellich), mentre accanto all’orchestra si esibiscono i solisti, la soprano Marianna Caula, il tenore →Simons Bermanis, il basso →Fernando Corena e, in veste di dicitore, Carlo Tanzi. Il libretto – musicato dal direttore della radiorchestra Nussio – viene affidato a differenti autori (Piero Bianconi, Vinicio Salati, Virgilio Chiesa), mentre un ulteriore contributo professionistico viene dalle scene del noto pittore →Enrico Maria Beretta. Tra gli altri spettacoli realizzati durante la guerra, va segnalato quello allestito per il 650o del "Patto della Libertà"di Biasca, il 19-27 settembre 1942: il Festivale della Carta di Libertà , con testi di Giovanni Laini e cori musicati da Astorre Gandolfi. L’ultimo Festspiel di cui si ha notizia in Ticino ha luogo a Bosco Gurin, in occasione dei 700 anni della fondazione del villaggio, il 6 settembre 1953; è interamente in tedesco, come il teatro popolare che si pratica, fin dalla fine dell’Ottocento, in questo villaggio walser della Svizzera Italiana e senza l’ausilio di scene ed orchestra, in uno stile decisamente filodrammatico. Nel dopoguerra si tenteranno alcune riprese: nel 1980, in occasione dell’apertura del traforo autostradale del San Gottardo, viene affidata ad →Alberto Canetta la regia di Sacra Terra del Ticino; è poi un gruppo di attori professionisti, guidati da →Vittorio Barino a dare a Biasca, in occasione del 700o della Confederazione una versione "a leggìo" del Festivale di Laini e Gandolfi (sotto il titolo Vicini turbolenti, 1991).

Bibliografia

  • P. Gabriel Schmid (OBS), Das Theater in Bosco Gurin. Geschichtliches, e Die Jahreszeiten. Kleines Festspiel zur siebten Jahrhundertfeier von Bosco Gurin, in AA.VV., Settecento anni Bosco Gurin, piccole notizie raccolte da Adolfo Janner e collaboratori, Bellinzona, Grassi & Co, 1956, pp. 518-522 e pp. 523-548;
  • Carlo Piccardi, La musica nella Svizzera Italiana. Incertezze di un risveglio, in AA.VV., Per conoscere la Svizzera Italiana, Lugano, Fondazione Piero Pellegrini, 1983, p. 132-133;
  • AA.VV., Das Festpiel: Formen, Funktionen, Perspektiven, a cura di Balz Engler e Georg Kreis, Willisau, Theaterkultur Verlag (Schweizer Theaterjahrbuch nr. 49), 1988;
  • Pierre Lepori, Il teatro nella/della Svizzera Italiana (1932-87), Dottorato di ricerca, Università di Berna, 2005, pp. 170-244.


Autore: Pierre Lepori



Fonte:

Lepori, Pierre: Festspiel nella Svizzera Italiana, in: Kotte, Andreas (a.c.): Dizionario teatrale Svizzero, Chronos Verlag Zurigo 2005, vol. 1, pp. 580–583.